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Don Carlo Collo – L’intervista delle ciliegie

Don Carlo è nato a Carmagnola (TO) nel 1941, compirà il prossimo 27 giugno 2026, 61 anni di ordinazione presbiterale. Ritengo sia un buon motivo, non certo il principale, per concedergli la parola. Ho raccolto la sua testimonianza giovedì 4 giugno 2026 nella sua parrocchia Assunzione di Maria Vergine in Reaglie (Torino). Mi piace intitolarla “l’intervista delle ciliegie” perché mentre attendevo che fosse disponibile, ho raccolto e gustato alcune ciliegie del suo curato orto. Dopo l’incontro, due signore mi hanno offerto un cestino di ciliegie appena raccolte, dono inatteso e molto gradito.

Ecco il suo racconto.

Vorrei fare una premessa che ritengo molto importante.

Sono consapevole che il modo con cui ho svolto e svolgo il ministero presbiterale (termine privilegiato dal Concilio Vaticano II° rispetto a quello più usato di sacerdote; prete è un’abbreviazione di presbitero-anziano) è solo uno tra i tanti possibili. Dal Nuovo Testamento ad oggi la storia mostra una grande varietà di modi di declinarlo. Già nel NT, si pensi ai sommari di Matteo, i ministri annunciavano, insegnavano e curavano i malati. Negli Atti degli Apostoli i sette sono scelti per servire le mense, ma poi fanno molto di più: predicano, evangelizzano, battezzano. Vige una lodevole ricchezza di forme dunque! Uno spartito musicale può essere interpretato in molti modi senza che nessuno pretenda di esaurirlo. Quella di cui parlerò è stata una piccola e modesta interpretazione. Anche nella nostra Diocesi ci sono state e ci sono molte forme di esercizio del ministero presbiterale. Si pensi al Cafasso, a don Bosco, al Murialdo, all’Allamano … nell’800. Anche recentemente abbiamo apprezzato il presbiterato esercitato in diverse forme dai preti operai, da don Lanfranco, da mons. Pollano, dai preti fidei donum. A Reaglie un prete ha persino costituito un apiario ancor oggi curato e apprezzato.  

Sono nato in una famiglia di artigiani: mio padre era mugnaio e gestiva un piccolo mulino. Mio nonno era stato in seminario per qualche anno. Dai miei ho imparato la manualità (coltivare l’orto, lavorare il legno, fare piccole riparazioni …) che mi ha consentito di riequilibrare un’attività che sarebbe stata prevalentemente intellettuale. Non sono mai stato attratto dalla ritualità. Non ricordo di aver mai simulavano celebrazioni di Messe. Mi interessavano le letture, le idee, le riflessioni. Un mio insegnante, il maestro Gallo, disse ai miei genitori: “questo ragazzo deve studiare la filosofia.”

Durante una settimana estiva all’Eremo di Busca, gestito dalla parrocchia di Carmagnola come casa per Ferie, il viceparroco don Giuseppe Audisio, mi propose di entrare in seminario. Incuriosito ne parlai con i miei genitori che non entusiasti (ero l’unico figlio maschio) né contrari mi permisero di fare un percorso di prova che perdurò. In seminario vigeva una disciplina ferrea, il vitto lasciava a desiderare e il ginnasio, con tanta grammatica latina e greca e le materie scientifiche un po’ neglette, non era esaltante.

Passato al seminario maggiore, trovai la desiderata filosofia insegnata come storia della filosofia brillantemente da don Livio Maritano mentre la filosofia teoretica, che avrebbe potuto correlarsi ai miei problemi esistenziali, mi parve più arida e lontana anche se mi permise di formulare meglio gli interrogativi fondamentali e di acquisire un senso critico criticando le critiche o, come dicono i francesi, “sospettando i sospettatori”.

Il passaggio dalla filosofia alla teologia prometteva finalmente di mettere a tema i problemi esistenziali che mi stavano tanto a cuore. In teologia viene in primo luogo l’auditus fidei, l’ascolto della rivelazione, lo studio della Bibbia anzitutto ed ebbi la fortuna di avere insegnanti di valore. Ne ricordo alcuni: don Giuseppe Marocco per l’AT, padre Mauro Laconi o.p. e don Giuseppe Ghiberti per il N.T. L’esercizio dell’intellectus fidei, della riflessione critica, filosofica e speculativa che la ragione applica ai contenuti della Rivelazione per spiegarli, sistematizzarli e attualizzarli venne propiziato da don Giovanni Maria Rolando con il suo magistero limpido e brillante. Appesi anche che si tratta di un compito mai concluso, che dura tutta la vita e troverà compimento nell’abbraccio amorevole e illuminante che Dio, il Sommo Bene ci concederà.

I superiori notarono il mio interesse per la teologia sistematica, e proposero, anche in seguito alla malattia di don Rolando (morto il 16 ottobre 1966 a soli 49 anni), a me e a don Domenico Mosso di andare a Venegono per il corso di Licenza in Teologia. Eravamo ospiti nelle parrocchie ambrosiane che allora si distinguevano per gli oratori frequentati e vitali, veri fiori all’occhiello di quella chiesa. Conseguita la Licenza, fu chiesto a me di andare a studiare a Roma alla Gregoriana e a don Mosso a Parigi all’Istituto di Liturgia. I rapporti non armoniosi tra l’arcivescovo di allora e la Chiesa ambrosiana, precludevano l’accesso al Lombardo di Roma. Dimorai in una parrocchia romana, sistemazione non propizia per lo studio; scelsi la tesi su Calvino sul triplex munus (ufficio profetico, sacerdotale e regale di Cristo) che mi offrì l’opportunità di approfondire la conoscenza anche di Lutero e di altri riformatori.

Rientrato a Torino, insegnai teologia sistematica prima a Rivoli, poi a Torino, quando nel 1974 il seminario si trasferì in via XX Settembre. La carenza di insegnanti mi costrinse ad assumere la docenza di quasi tutti i corsi di teologia sistematica: Teologia trinitaria (Teologia, Cristologia, Pneumatologia), Antropologia teologica e Penitenza. Dopo il Vaticano II i manuali tradizionali risultavano carenti, per cui occorreva predisporre delle dispense che richiesero un non piccolo impegno. Devo riconoscere che gli alunni si dimostrarono molto pazienti e comprensivi nei miei confronti anche nei primi anni acerbi del mio apprendistato. A insegnamento già avviato conseguii la laurea in teologia alla Gregoriana.

Il corpo dei docenti era affiatato e coeso anche se l’intemperanza di qualcuno attirò critiche e diffidenze che non giovarono alla Facoltà.

Nel frattempo, dalla Svizzera, gli scalabriniani coordinatori delle Missioni Cattoliche mi avevano interpellato, per la formazione degli operatori pastorali di lingua italiana al servizio della catechesi, della liturgia e dell’animazione religiosa e sociale ritenendo che il mio insegnamento teologico fosse accessibile a persone di modesta cultura ma assetate di conoscenza. Accettai e vissi un’esperienza bellissima. Una volta al mese, nel fine settimana, dal sabato mattina alla domenica dopo pranzo, una cinquantina di persone di varia età ed estrazione partecipavano assiduamente ai corsi intensivi di formazione, condividevano le loro esperienze e vivevano giornate di intensa fraternità.

Mi fu chiesto in seguito non solo di assicurare dei corsi di teologia ma di pianificare dei percorsi formativi in sinergia con la Facoltà Teologica di Friburgo in Svizzera, e mi fu proposto di risiedere per alcuni anni in Svizzera prendendomi cura delle missioni di Vevey e di Montreux. Il vescovo di Friburgo-Losanna-Ginevra chiese per me e ottenne dall’arcivescovo Poletto il permesso di svolgere questo incarico a patto che continuassi l’insegnamento della teologia, ridotto anche per l’ingrasso di nuovi insegnanti di teologia nella facoltà. Vissi un periodo faticoso ma bello. Fino ad allora, ero un intellettuale che faceva servizi pastorali domenicali. Con l’incarico a tempo pieno divenni un pastore che faceva anche l’insegnante. Non sono sicuro di essere riuscito a svolgere bene i due compiti. Lo studio e la ricerca ne soffersero ma la vita pastorale mi arricchì.

Église du Sacré-Cœur de Montreaux nel Canton Vaud in Svizzera

Nel 2006 il card. Poletto mi chiese di rientrare e Padre Arturo Parolo cappuccino, già mio fraterno e prezioso collaboratore e ancor oggi mio amico carissimo, assunse mio ministero. Rientrai in Diocesi, ospite del seminario maggiore retto allora da don Sergio Baravalle che volentieri mi accolse.

Avvenne intanto il progressivo passaggio di consegne ai miei colleghi più giovani nella facoltà, e, al compimento dei miei 75 anni, il card. Poletto mi affidò la parrocchia di Reaglie il cui parroco, don Giovanni Sola, per motivi di salute aveva dovuto rassegnare le dimissioni. Il mio magistero si concentrò sul catechismo, assicurato da un valido gruppo di catechiste e frequentato in quegli anni da numerosi ragazzi e ragazze.

Parrocchia Assunzione di Maria Vergine in Reaglie (TO)

Negli anni del ministero ho patito all’interno del clero una sottile svalutazione del ministero altrui: preti operai che snobbavano la pastorale parrocchiale; preti di parrocchia che giudicavano negativamente i preti operai. Ho anche colto in alcuni una diffidenza verso i preti dediti alla teologia. Come ho detto all’inizio, considero la pluralità di forme di ministero presbiterale tra loro complementari una vera ricchezza. Personalmente ho cercato di coltivare l’auditus fidei e lintellectus fidei. Mi riconosco nelle parole di sant’Agostino: “una fede non pensata, non è fede”. Nella mia vita mi sono dedicato prevalentemente alla riflessione sulla fede, una fede che cerca l’intelligenza e la mette in moto: “Fides quarens intellectum” per dirla don Sant’Anselmo. Nella storia della chiesa mi sono ispirato a sant’Ireneo che con il suo Adversus haereses, ci ha donato ilprimo grande tentativo di fede pensata. Ma anche a san Giustino, il filosofo che approda alla “Filosofia di Cristo”. Più recentemente, mi sono sentito affine alla Fides et ratio (1998) di papa Giovanni Paolo II, alla cui stesura contribuì in modo decisivo il Card. Ratzinger.

La fede cristiana si fonda sulla Bibbia ma fin dall’inizio mette in moto la ragione, sprona a pensare, a cercare, trovare e proporre la sua intima ragionevolezza, ad avere fiducia nella ragione umile e coraggiosa come insegnano sant’Anselmo, san Tommaso e molti altri maestri.

Vorrei terminare questa mia narrazione nella quale il mio IO ha svolto un ruolo eccessivamente ingombrante con un’affermazione correttiva che devo al pastore riformato Jean-Louis Leuba docente di teologia a Neuchatel: “Non sono stato io a sostenere il pastorato ma il pastorato ha sostenuto me”. La faccio mia in questi termini: Non sono stato io a sostenere il mio ministero presbiterale; è stato il ministero presbiterale a sostenere e a guidare me”

Domanda. Hai dedicato molte energie nel tuo impegno di teologo al tema della Penitenza o Riconciliazione. Capita ancora oggi di trovare citati alcuni tuoi studi. Ti chiedo un giudizio sullo stato di salute del sacramento, anche alla luce della riforma voluta dal Concilio e diventata normativa nel 1974. Alcuni rintracciano nel debole ricorso alla Parola di Dio e nel debole o nullo spazio dato alla soddisfazione” due dei motivi del mancato successo della riforma.

R. Anche qui, avanzo una considerazione generale in chiave di premessa.

Viviamo in un contesto culturale che non esito a definire estraneo se non ostile e contrario alla Penitenza. La cultura del nostro tempo non ammette il riconoscimento degli errori e delle colpe, il pentimento, la conversione. Chi ha il coraggio di ammettere di aver sbagliato? A livello politico è stato rimproverato alla Schlein di non riconoscere mai di aver sbagliato. Ma la Schlein è il campionario della massa. In altri termini, il clima culturale ostacola la penitenza come virtù e come sacramento. Occorre risanare la cultura e imparare che il debole e l’idiota è colui che non riconosce mai i propri errori, le proprie colpe, che non si assume mai le proprie responsabilità, preda del “delirio di innocenza”. Al contrario chi chiede scusa e perdono è il vero uomo grande e coraggioso amante della verità. Sant’Agostino, negli ultimi anni, ha scritto le Retractationes. Chi di noi lo sa imitare?

Quanto al primato della parola di Dio va ricordato che nessuno è in grado di riconoscere i propri errori e le proprie colpe guardandosi l’ombelico ma solo specchiandosi nella veritiera parola di Dio. Si pensi al profeta Natan che svela a Davide i suoi peccati.

Inoltre, va ricordato che il Sacramento, nelle sue varie fasi storiche, ha posto un’enfasi persino eccessiva sull’actio penitentiae (che noi oggi diremmo soddisfazione), poi sulla confessione e successivamente sull’assoluzione. Ora ridurre la Penitenza a una di queste componenti sacrificando le altre è votarlo all’insignificanza. La parabola del figliol prodigo, letta malamente, può far pensare ad un Dio bonaccione, a cui va bene tutto e il contrario di tutto. Ma si tratta di un’interpretazione errata. Gesù dice a Zaccheo “la salvezza è entrata in questa casa”, solo dopo che il pubblicano ha promesso di restituire quattro volte tanto … Oggi corriamo il rischio di confezionarci un perdono, senza conversione, ridotto a banale amnistia, una “grazia a poco prezzo” o “a buon mercato” per dirla con Bonhöffer. 

Domanda. Sei venuto nel santuario della Consolata a presentarci la Nota dottrinale del Dicastero della Dottrina delle fede su alcuni titoli della Beata Vergine Maria. Se ho capito bene, oggi con alcuni titoli si corre il rischio di sottovalutare linestimabile e singolare valore del dono della Redenzione del Signore Gesù. Non si fa un buon servizio a Maria quando si va in questa direzione.

R. I Servi di Maria hanno pubblicato un documento nel 1983 che interpreta il ruolo di Maria e i titoli coerenti, alla luce delle sue parole programmatiche: “fate quello che lui vi dirà” (Gv 2,5). Maria è tutta in funzione di Gesù, ci vuole condurre a Gesù. Con la sua parola e con il suo comportamento, ci fa comprendere e accogliere quello che Gesù ha detto e insegnato e dice e insegna oggi!!! Maria ci aiuta ad attualizzare e recepire la grazia di Gesù oggi, come solo una madre sa fare. È tutta protesa verso Gesù e verso di noi. Non funge da diaframma ma propizia il nostro incontro diretto con Gesù.

Torino, 4 giugno 2026

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