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Gallo don Renzo

Settanta anni di sacerdozio, di vita spesa per cosa, per Chi? Non c’è bisogno di attendere la sua risposta, glielo si legge nello sguardo profondo, vivo e luminoso e in quei passi che, pur nell’incertezza della malattia e dell’età, conservano con incredibile tenacia la sicurezza dell’obiettivo: raggiungere il confessionale, far sperimentare la Misericordia di Dio ad ogni persona, giovane o anziana, semplice o culturalmente raffinata. Si tratta di don Renzo Gallo – nato a Rivalta Torinese il 28 agosto del 1932, ordinato sacerdote il 29 giugno del 1956 – che domenica 17 giugno al Santuario della Consolata, dove risiede e presta il suo servizio dal 2009, celebrerà solennemente il suo giubileo sacerdotale nella Messa delle 11.30. Lo incontriamo in Santuario per farci raccontare un po’ della sua storia e di come vive questo anniversario.

Partiamo da un primo fatto «storico», lei è un sacerdote che è stato ordinato prima del Concilio Vaticano II, ha toccato con mano i cambiamenti che ha determinato, cosa ricorda di quei tempi e di come sono state affrontate le riforme che ne sono seguite?

Posso dire di aver vissuto bene quell’epoca: era il periodo del cardinal Pellegrino e c’era una enorme sete di novità. Avevamo capito che non bastava il culto, la devozione, e si è iniziato ad accostarsi di più al testo biblico. Ricordo l’entusiasmo di quella “Bibbia” venduta a sole mille lire (l’editrice San Paolo su progetto editoriale del beato Giacomo Alberione ne stampò un milione di copie n.d.r.)  perché potesse essere acquistata da tutti, potesse entrare in tutte le case. La Scrittura a portata di tutti la percepivo come una grande novità, ma al tempo stesso come un qualcosa difficile da accettare da parte di chi per anni aveva vissuto il suo ministero incentrandolo sulle devozioni. Io ero solo un prete agli inizi, mandato nella parrocchia di San Pietro a Savigliano e lì il parroco era molto devozionista e anche l’Eucarestia era vissuta come qualcosa di “privato” perché lui faticava a trasmettere il senso di comunità se non nella partecipazione formale ai riti, alle pratiche… la gente partecipava numerosa, ma non c’erano momenti di preghiera silenziosa, di adorazione. La catechesi per gli adulti era fatta dal parroco la domenica: un’ora di conferenza dal pulpito. E poi c’era una selezione tra le famiglie, mi ricordo che quando sono arrivato in parrocchia mi venne dato un elenco di dove potevo andare e dove no. Non si parlava di accoglienza, di mettersi in ascolto di chi è lontano o in disaccordo con la fede. Dopo 7 anni a Savigliano sono stato mandato, sempre viceparroco, a Chieri. Ho trovato già una realtà molto diversa, anche grazie alla presenza di Gesuiti e Domenicani. I giovani erano già abituati alla direzione spirituale, i frutti del Concilio iniziavano a vedersi.

Dopo l’esperienza sacerdotale nella provincia torinese, il passaggio alla città …

A Chieri mi ero trovato bene, il parroco mi lasciava fare, si lavorava insieme. Poi mons. Enriore mi aveva fatto chiamare dal card. Pellegrino perché andassi alla parrocchia della Divina Provvidenza, in Borgata Parella, dove i preti erano numerosi e subito per questo ho fatto fatica: non sapevano dove farmi celebrare… Poi è andata bene che mi sono inserito nella scuola media tenuta dalla parrocchia ma affidata ai marianisti, con un preside in gamba.  Eravamo alla fine degli anni ’60 È stata una occasione bella di incontrare e stare con tanti ragazzi. Intanto il quartiere si stava espandendo e c’era un clima politico un po’ come quello raccontato da Guareschi. Riicordo che don Enriore mi diceva che in piazza Campanella erano tutti ‘rossi’ e che se volevo andarci io … per lui era meglio. Così con la collaborazione di don Giovanni Oddenino – perché il lavoro a scuola mi occupava comunque molto tempo – iniziai a incontrare famiglie e ammalati e si avviò una ‘succursale’ della Provvidenza. Poi mons. Maritano ci disse che lì, su corso Telesio doveva nascere una nuova parrocchia e così è stato, e sono diventato il primo parroco di Sant’Ermenegildo. Erano i tempi in cui sovente sui muri comparivano scritte offensive contro il clero, contro le chiese, tempi di contestazione, ma la gente mi voleva bene e ancora adesso ci sono persone che nonostante siano passati tantissimi anni vengono alla Consolata a trovarmi.

Novità, inizi, impegni vari, ma c’è una situazione che dopo qualche anno si affaccia nella sua vita e che segnerà il suo ministero e ancora oggi la “accompagna” …

Sì, iniziavo a non stare bene di salute, ma allora non si capivano ancora le cause. Lasciai la scuola, smisi di guidare, e proprio in quel periodo il card. Ballestrero mi aveva proposto di lasciare Sant’Ermenegildo per andare parroco a Santa Rita e io gli dissi di no.  Quel no che mi tormentava, la malattia (poi diagnosticata come sclerosi multipla) che iniziava il suo corso, mi indussero, dopo tanti giri in ospedale, a decidere di partire per l’Africa: avevo chiesto di andare nel posto più povero. Per due mesi ho vissuto in quello che allora era chiamato l’Alto Volta ed è di lì che sono tornato con una certezza, non avrei mai più detto no al mio Vescovo, dovunque mi avrebbe mandato, lì sarei andato. E così e stato, era l’85, mi propose la parrocchia di Sant’Alfonso nel quartiere di Borgo Campidoglio. Questo mi ha lasciato l’esperienza in Africa: un atteggiamento di totale disponibilità. Anche rispetto alla malattia: devo dire che non me la sono mai presa per la mia condizione di salute, ho trovato davvero tanta accoglienza e aiuto, a partire dalla dottoressa che mi ha seguito dall’inizio e non mi ha mai lasciato.

La malattia pur invalidante infatti non le ha impedito di spendersi per 24 anni nella comunità di Sant’Alfonso e ancora oggi, a quasi 94, nel Santuario della Consolata.

Anche dei 24 anni a Sant’Alfonso non posso che dire che la gente mi ha voluto sempre bene. Per me era importante stare in ufficio parrocchiale e celebrare i funerali, perché erano occasioni per incontrare anche chi era più lontano dalla fede, chi non veniva mai in chiesa. Arrivato a 75 anni ho dato le dimissioni e dopo un anno e mezzo sono state accolte e mi è stato chiesto dove volessi andare … Avevo alcune possibilità e quando dissi che accettavo la Consolata il card. Poletto mi rispose che già lo sapeva …

Alla Consolata dove il suo ministero è interamente dedicato ai penitenti …

Se non confessassi sarei morto … Per me la confessione è ciò che mi tiene vivo come uomo e come sacerdote, mi dà la carica, perché ogni giorno incontro persone che mi danno un conforto bellissimo su come il Signore opera. C’è davvero tantissima gente che vive veramente il Vangelo. In confessionale incontri anche tantissima sofferenza, persone che arrivano in lacrime, con gravi problemi familiari, con figli che si drogano, figli che non vanno più in chiesa, con un marito o una moglie con cui non vanno più d’accordo … Di fronte a queste cose negative ti senti amareggiato, però sei invogliato anche a pregare per ciascuno.  Mi ero posto come proposito di non lasciare che nessuno uscisse dal confessionale senza essere un po’ più sereno e spero di averlo quasi sempre mantenuto, non per mio merito, ma per l’opera di Dio. Quando vedi una persona che arriva piangendo ed esce con un certo sorriso … allora vai a cena e mangi tranquillo. Quindi io ringrazio il Signore perché per me la confessione è constatare che il Signore lavora sempre … Per me è, ed è stata sempre, una grazia di Dio. Quindi finché Dio vuole continuo. Poi qui alla Consolata ho conosciuto anche tante persone che dalla confessione hanno iniziato o ripreso un cammino di fede, persone di ogni età e anche questo è molto consolante. Io un cammino l’ho fatto, bello lungo e non sarò mai abbastanza grato di questo.

Tanti anni di sacerdozio, nessun ripensamento, nessun dubbio?

Devo dire che ci vorrà un’eternità per ringraziare di tutte le cure che il Signore ha avuto per me, perché mi ha sempre tenuto come un padre tiene per mano il suo figliolo. Non ho mai avuto un giorno in cui saltasse fuori. il pensiero che forse sarebbe stato meglio prendere un’altra strada. Questo non vuol dire che ora con tanti anni alle spalle non abbia paura di quando il Signore mi chiamerà: spero solo che la misericordia trionfi rispetto alle mie carenze, perché ho ricevuto tanto. Leggo volentieri la vita dei santi – in particolare il curato d’Ars che è un po’ il mio punto di riferimento – e se penso che loro, che hanno avuto meno di me, han fatto così tanto arrossisco, ma spero lo stesso nella misericordia e poi conto sui tanti che pregano per me. L’unico dubbio è sulla mia fede, che non sia solo una vernice, ma che sia autentica.

Lo ripete due volte «Che sia vera», ma nel guizzo dello sguardo e nel sorriso si coglie che quel dubbio è già colmato dalla consolazione di una Presenza che ne abita il cuore e che, con il suo sì di 70 anni fa, ha «compiuto meraviglie» nella vita di tanti.

Federica BELLO

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